Perché la Cina e perché gli studi cinesi? Esperienze nella specializzazione dei saperi da parte dei giovani ricercatori

Recependo una richiesta di riflessione e dibattito in seno all’Associazione sulle problematiche inerenti al
rapporto tra studi cinesi e approcci disciplinari, proveniente da alcuni membri del Coordinamento giovani
studiosi, il Direttivo dell’AISC ha deciso di promuovere e coordinare un’iniziativa da loro proposta, volta a
coinvolgere soci e socie interessati/e al tema in un workshop online interattivo che si terrà il 9 maggio 2025.
Lo scopo è avviare una discussione su queste problematiche che permetta di condividere esperienze e strategie, e riflettere sulle ricadute pratiche che possono sorgere da questo confronto, a beneficio di tutte le componenti dell’associazione e, in particolare, di chi sta applicando o intende elaborare strategie e metodologie di ricerca ibride e interdisciplinari.
Le persone interessate a prendere parte al workshop sono invitate a inviare una breve manifestazione d’interesse, comprensiva di affiliazione, posizione e aree di ricerca, scrivendo all’indirizzo direttivo@aisc-org.it, entro il 18 aprile p.v.


Riportiamo qui sotto la proposta di riflessione e discussione elaborata dai membri del Coordinamento Chiara Bartoletti, Matteo Garbelli e Federico Picerni:


Interdisciplinarità e transdisciplinarità sono due parole chiave per chiunque si stia affacciando o abbia mosso i primi passi nella carriera accademica. Nell’ambito degli studi d’area, e nello specifico degli studi sulla Cina, ciò si traduce in uno stimolante e fruttuoso imperativo a ibridare saperi e approcci, assumendo peraltro una prospettiva più globale (e più critica) e superando un’ormai anchilosata visione essenzialista della sinologia, di matrice orientalista e coloniale, come disciplina a tutto campo che si propone di svelare la totalità dell’area Cina. Questo però si scontra con la settorializzazione dei saperi accademici, almeno nell’ordinamento italiano (ma non solo), dove questa ricchezza di approcci deve necessariamente inserirsi in uno specifico settore scientifico-disciplinare per potersi tradurre in effettive possibilità di carriera. Questo, per la ragione urgente di superare la precarietà e poter trovare un incardinamento stabile, rischia talvolta di portare con sé un appiattimento dei propri approcci inter/transdisciplinari e inter/trans-areali per conformarsi a questi settori, con i quali è sempre necessario negoziare (al ribasso?).

Le nostre ricerche sono, pertanto, sempre più bicefale e il rapporto tra area e disciplina è vissuto da molti di noi in modo perlopiù isolato (e isolante). Ciò può produrre difficoltà e angosce che vanno a sommarsi alle pressioni del lavoro accademico e alla prospettiva della precarietà di lunga durata. Per questo pensiamo sia necessario sviluppare un dialogo, il più possibile ampio e inclusivo, che coinvolga dottorandi/e, postdoc, titolari di assegno e ricercatori e ricercatrici agli inizi di carriera per condividere i problemi incontrati, le riflessioni maturate, nonché le possibili – per quanto parziali – strategie adottate. L’obiettivo è tenersi a distanza da un approccio amatoriale o da una dimensione puramente “di sfogo” per elaborare una riflessione scientifica sulle ristrettezze e le insufficienze delle attuali settorializzazioni dei saperi laddove ai giovani ricercatori (e, certo, non solo) è sempre più richiesto un approccio inter/transdisciplinare e inter/transculturale.

Vogliamo ancorare questa riflessione generale a esempi tratti dai nostri studi e progetti di ricerca per cercare di capire come possiamo abbinare gli interessi, le passioni, le motivazioni etiche e le competenze che ci hanno spinto a prendere la strada della ricerca con le difficoltà di incasellamento disciplinare che incontriamo. Le seguenti domande possono fungere da spunti: in quale rapporto vivono, all’interno delle nostre specializzazioni, gli studi d’area, discipline scientifiche come antropologia, archeologia, arte, filologia, letteratura, linguistica, sociologia, storia (in rigoroso e non esaustivo ordine alfabetico)? Siamo specialisti di una disciplina applicati a un’area, specialisti di un’area che leggiamo attraverso una disciplina, specialisti di una disciplina in un’area, o
navighiamo altri possibili incastri e mutevoli attraversamenti disciplinari? Come viviamo, e come ci sentiamo percepiti, in quanto ricercatori e ricercatrici che navigano queste ibridazioni e/o ambiguità geografiche e metodologiche? Come possiamo far vivere e prosperare, rendendoli un punto di forza anziché di debolezza, questi mutevoli attraversamenti, in uno spazio accademico ancora delimitato da settori rigidi? In questa rigida compartimentazione accademica, quali sono le prospettive per chi, muovendo da una formazione e da una specializzazione in studi d’area, vedesse la propria ricerca prendere strade che si allontanano dal contesto geografico di partenza per abbracciare questioni più propriamente ‘disciplinari’? Riteniamo che questa riflessione si possa legare alla discussione sulla limitatezza delle attuali specializzazioni accademiche, in particolare al dibattito critico sugli studi d’area oggi; ma che, al contempo, risponda anche all’urgente necessità di riflettere su come la massificazione relativa della carriera universitaria trasformi il ruolo e le esigenze materiali dei ricercatori universitari.